Nell’ambito di The Sweet Tomorrow, un ciclo di appuntamenti dedicati ai temi della sostenibilità, giovedì 4 novembre si è svolto in Triennale Revolutionary Roads. Il focus dell’incontro è stato la mobilità urbana sostenibile in relazione agli ambiti di urbanismo e architettura.
L’imprenditore e curatore Paolo Martini, Federico Parolotto, Senior Partner – MIC Mobility in Chain, e Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, hanno dialogato con Mikael Colville-Andersen, Urban Designer e Urban Mobility Expert. Molte le tematiche affrontate legate al mondo della mobilità urbana, alle sfide più urgenti da affrontare (aree ristrette al traffico, congestion charge, car sharing VS auto privata) e alle soluzioni adottate da alcune città europee all’avanguardia.
Come riappropriarsi dello spazio urbano?
Il problema alla base è la necessità di saper immaginare e progettare al meglio il mondo che abitiamo. A partire dalla gestione degli spazi urbani, strade comprese. Secondo Stefano Boeri, ciò che manca è una chiara visione circa “l’importanza del suolo da parte delle amministrazioni pubbliche”. Le strade quindi andrebbero intese come un vero e proprio progetto da affrontare con approccio olistico e trasformativo. Revolutionary roads, appunto.

Una possibile riappropriazione degli spazi urbani potrebbe arrivare dalle cosiddette aree ristrette al traffico, come quelle introdotte a Londra e Milano (Area C).
E veniamo alla congestion charge, vale a dire il pedaggio da pagare per accedere in determinate aree della città con veicoli a motore considerati inquinanti. Stefano Boeri ha sostenuto la necessità della creazione sistema di aree pedonali o a velocità controllata (massimo 30 km/h). Ridisegnare, quindi, la città con aree pedonali e isole di traffico ad accesso limitato più che puntare ad aree di limitazione omogenea, che penalizzano alcune fasce della popolazione.
L’urban designer ed esperto di mobilità urbana Mikael Colville-Andersen ritiene che la cultura dell’automobile abbia influito direttamente nella pianificazione urbana.
“Abbiamo vissuto nelle città per settemila anni e in questo tempo le strade sono state il posto più democratico nella storia dell’homo sapiens: tutto veniva fatto nelle strade. Poi sono arrivate le automobili che hanno cambiato tutto: quello che era uno spazio democratico è diventato il dominio dell’automobile. La tassa sulla congestione di Londra è sicuramente una delle iniziative migliori in questa direzione, tanto che si è estesa a Milano, Stoccolma e perfino a New York. È la prima volta che si inizia a pensare a porre fine a questa situazione. Ci hanno aiutato il cambiamento climatico e il Covid-19.”
Car sharing: una strada percorribile?
Un altro aspetto di stringente attualità è il tema del car sharing. All’incontro i relatori si sono chiesti se può essere una soluzione o è ancora presto per rinunciare all’auto privata.
L’adozione del car sharing può contribuire a ridurre la quantità di auto che transitano in città. Può essere facilmente utilizzabile in una dimensione intraurbana e per gli spostamenti brevi, meno funzionale invece per le tratte interurbane e per i viaggi più lunghi.
Secondo Federico Parolotto, fuori dal sistema privilegiato del trasporto pubblico integrato con i sistemi di sharing, ci sono molte persone che si spostano esclusivamente in auto. Per questo l’automobile deve rimanere e non può essere rimossa dalle configurazioni territoriali in cui si è già sviluppato un modello di mobilità incentrato su di essa.

Più drastico il parere di Mikael Colville-Andersen al Revolutionary roads
“A Helsinki è stato promesso alla cittadinanza che, fra trent’anni, le auto private non serviranno più. Le auto sono state un demone per un secolo: è tempo di demonizzare il demone. Nonostante ciò, è certo che le automobili sono in qualche caso necessarie e che le persone ne avranno bisogno in futuro per alcuni spostamenti: non sto dicendo che vadano eliminate tutte le auto, ma almeno il 75 %, cifra che può aiutarci a ridurre la mortalità da inquinamento e può aiutare ad arginare questo demone a cui, nella nostra storia recente, abbiamo dato briglia sciolta”.
Il problema però non è solo la mobilità ma anche l’occupazione di suolo pubblico da parte di migliaia di auto parcheggiate che provocano tanti problemi, tra cui l’accelerazione del riscaldamento urbano. Le soluzioni proposte durante il talk sono state quelle di ridurre il numero di posti auto, imitando alcune città come Amsterdam o Oslo, tassare i parcheggi e piantare alberi intorno ad essi.
Revolutionary roads: da dove partire per uscire dall’auto?
La domanda conclusiva di Revolutionary Roads è molto stimolante: quale spinta emotiva può portare al cambiamento? Tutti i relatori hanno sostenuto la necessità di “uscire dall’automobile” e attuare una serie di cambiamenti nella riconfigurazione delle città. Creare più spazi urbani di qualità che invoglino a camminare di più o a scegliere la bicicletta al posto dell’auto. Si deve instaurare una relazione emotiva tra cittadini e città e puntare alle nuove generazioni.
Il modo migliore per avere nuovi spunti – secondo Mikael Colville-Andersen – è rivolgersi ai bambini, in qualunque parte del mondo si trovino.
“Loro hanno tutte le qualità necessarie per fornire idee utili alla progettazione delle città, perché sono estremamente razionali e non ragionano per compartimenti stagni, come spesso fanno le figure professionali che si trovano a operare nella progettazione urbana”.
Oltre alle nuove generazioni, fondamentale è il lavoro coordinato e sinergico da parte di tutti i professionisti che si occupano di progettazione urbana, antropologi inclusi.
