Le concessionarie di auto, ambiente tradizionalmente a prerogativa maschile, stanno vivendo un momento di positiva trasformazione e di riequilibrio a favore delle donne. Grazie a una serie di soft skills le donne tendono a prevalere nel lavoro rispetto ai colleghi uomini. Le donne infatti hanno una grande capacità di ascolto, una maggiore empatia e un’innata attitudine al multi-tasking. Questo è ciò che emerge dall’analisi realizzata dal Centro Studi & Ricerche di Quintegia, in collaborazione con Findomestic Banca, all’interno del progetto RESET.
Nelle concessionarie il 25% sono donne
L’analisi effettuata su un campione di 414 concessionarie evidenzia inoltre che il 24% della forza lavoro è femminile e il 20% (dunque 1 donna su 5) ha un ruolo manageriale. A dimostrazione che le donne stanno acquisendo negli ultimi tempi un ruolo sempre più decisivo e si stanno ritagliando uno spazio importante nell’ambito automotive. L’etichetta di “ambiente solo maschile” sta a poco a poco sbiadendo.

Le concessionarie del Sud Italia attirano più donne
In termini di gender equity, ad essere più attive sono le concessionarie del Sud Italia. Queste trainano in positivo il trend: 5 su 6 già lavorano attivamente sul tema della parità. Il 56% degli intervistati ha dichiarato, infatti, che si sta prendendo cura dell’argomento concretamente da oltre tre anni. In Italia, in generale le aziende di medie dimensioni sono in ritardo: 1 su 3 deve ancora cominciare un serio percorso verso la sostenibilità in chiave di parità di genere.
Le principali azioni messe in atto dal campione analizzato si sono concentrate su principalmente sull’offrire le stesse opportunità di carriera a fronte di un’equità remunerativa. Altro pilastro importante è la flessibilità oraria anche in termini di permessi e un’attenzione verso la tutela della genitorialità.
Per quanto riguarda il futuro, gli interventi auspicati dal campione riguardano lo sviluppo di piani di carriera pensati e strutturati ad hoc e concrete azioni in ottica di sostegno ai figli e alla genitorialità.
La maggiore sensibilizzazione riguardo queste tematiche, ça va sans dire, sarà un beneficio per tutti. Non solo migliorerà la governance, il rating e la reputazione, ma anche sicuramente la soddisfazione e il benessere dei dipendenti.

Nell’ambito dell’iniziativa, Quintegia ha approfondito il tema della condizione delle donne all’interno delle concessionarie conversando con figure femminili coinvolte in diversi ruoli di rilievo. Riportiamo di seguito due tra i tanti e interessanti contributi.
Antonella Ceccato – Amministratore Delegato, L. Ceccato
Cosa significa per lei la parità di genere?
“Non è una tematica della quale sono solita parlare, nella mia testa e nel mio mondo non dovrebbe esistere questa questione.
Eppure, se siamo proprio qui ad argomentarne significa che è un tema ancora molto in voga e che c’è ancora della strada da fare per raggiungerla. Sono consapevole che ci sono ancora delle diversità di genere, ad esempio riguardo all’occupazione di posizioni chiave nel mondo del lavoro, in politica e in altri ambiti, come pure nel trattamento economico tra donne e uomini, anche se molta strada è stata fatta rispetto a qualche generazione fa.
Credo però che più che continuare a dibatterne dobbiamo affrontare la cosa con i fatti, nella vita di tutti i giorni, nel mondo del lavoro quotidiano. E questo spetta soprattutto a noi imprenditori.
Dobbiamo accelerare questo processo perché sto constatando sempre più spesso sul campo che quando do fiducia e maggiore responsabilità alle donne, con la determinazione, con il forte senso di responsabilità e con l’empatia che le contraddistinguono, i risultati sono davvero soddisfacenti.
Credo che se ci fossero più donne al potere rispetto ad oggi ne beneficerebbe l’intera collettività.”
Daniela Calabretto – HR Manager, Maldarizzi Automotive
Quanto possono incidere per una donna gli stereotipi di genere nello sviluppo del proprio percorso di carriera?
“Tantissimo! C’è un momento nella vita di una donna in cui il carico mentale domestico, sommandosi al lavoro che si svolge fuori casa, rende impossibile mantenere il massimo livello di disponibilità, di performance, di energie. E non di certo per mancanza di volontà.
E se è pur vero che negli ultimi anni si inizia ad intravedere una distribuzione più equa del lavoro di gestione e pianificazione delle ordinarie attività della vita famigliare, i ruoli sono ben definiti e radicati, anche inconsapevolmente, nella coppia e chi si trova a dover pensare a ogni minimo dettaglio, nella maggior parte dei casi, rimane la donna.
I colleghi di lavoro percepiscono questo cambiamento e può accadere che, per andare incontro alle esigenze personali e mostrare supporto, non coinvolgano più la donna in meeting strategici, perché condotti in orari non compatibili con gli impegni famigliari oppure in piani di sviluppo del percorso di carriera e in eventi formativi che richiedono un forte coinvolgimento di energie. Ma l’effetto indiretto di questo apparente “alleggerimento” è il sorgere di un’insicurezza psicologica che, poi, ricade inevitabilmente sulla produttività, sulla motivazione e, quindi, sull’engagement.
Molte di noi, quindi, dopo aver spinto per tanti anni sull’acceleratore del proprio percorso di crescita professionale, dimostrando di avere competenze e carisma per assumere anche ruoli di responsabilità, ad un certo punto abbassano le aspettative di carriera, si sentono meno legittimate ad ottenere promozioni o aumenti di stipendio, non si sentono al 100% sia nella vita lavorativa che in quella personale e, quindi, scelgono forzosamente di rinunciare ad una parte di sé appiattendo la propria ambizione professionale o, in modo più drastico, lasciando il lavoro. E, a questo punto, si innesca un circolo vizioso difficile da intercettare e bloccare.”