La Dakar non è solo una gara, è un’arena dove i sogni sfidano la sabbia. Dacia debutta nel rally raid più estremo con un team che rompe gli schemi: alla guida strategica c’è Tiphanie Isnard, team Principal della squadra “The Dacia Sandriders”, mentre Cristina Gutierrez si unisce ai campioni Nasser Al-Attiyah e Sébastien Loeb per conquistare le dune. Innovazione, coraggio e inclusività sono il motore di questo progetto, dove ogni curva racconta la determinazione di Dacia di lasciare un segno nella storia della Dakar. Il futuro appartiene a chi osa.
Ma andiamo con ordine e vediamo gli ingredienti di questa avventura.
Un bolide pronto a tutto
Dacia, brand che appartiene al Gruppo Renault, partecipa alla Dakar perché “Il rally raid Dakar è un laboratorio a grandezza naturale, dove sviluppare soluzioni di mobilità che possono essere portate nelle auto di serie”, come ha spiegato Francois Aupierre, Dakar programme and product performance Director. Inoltre Dacia e Dakar sono accomunate da una serie di elementi, come la vocazione per l’outdoor, la robustezza, l’affidabilità, l’essenzialità e la concretezza. Importante anche l’approccio eco-smart, per estendere le soluzioni sostenibili dalle dune alla vita quotidiana.
La Dacia Sandrider è un veicolo compatto, lungo 4,14 m, con un telaio tubolare, carrozzeria in fibra di carbonio con un motore V6 biturbo da 3 litri che eroga 360 cv e 539 Nm di coppia. Il carburante è una benzina sintetica, fornita da Aramco, partner strategico di questo progetto, accanto a Prodrive che si occupa dello sviluppo della Sandrider e delle operazioni sul campo. Il team ha potuto beneficiare delle risorse del Gruppo Renault, inclusi gli ingegneri di Alpine motorsport.

Una squadra di Campioni
Al volante delle tre auto che parteciperanno alla gara ci sono: Nasser Al-Attiyah, cinque volte campione del Mondo dei Rally Tout-Terrain e due volte Campione del Mondo di Rally-Raid; Sébastien Loeb, nove mondiali di rally e cinque podi alla Dakar; Cristina Gutierrez, vincitrice nella classe Challenger Auto alla Dakar 2024.
Un dream team carico di entusiasmo, passione, competenza e preparazione, determinato a dare e a ottenere il massimo, come emerge dalle parole di Loeb:
“Non ho mai vinto la Dakar, ma con la Sandrider possiamo puntare al massimo. Per trionfare serviranno affidabilità e precisione in gara. Per me l’obiettivo principale è la Dakar, ma se possiamo batterci nel Campionato nel suo complesso è importante”. Il tutto senza dimenticare che: “la Dakar è qualcosa di speciale. Non è solo una corsa, ma un’avventura lunga che si svolge in posti incredibili e la pressione aumenta mano a mano che si svolge la gara. Bisogna amministrare gomme, sospensioni e meccanica. Bisogna avere grande affiatamento con il navigatore. E poi c’è una concorrenza accanita con rivali come Toyota, Ford e Mini, che rispettiamo”.
Una partenza col botto
Macchina e team hanno già iniziato col botto poiché che Al-Attiyah e Loeb si sono piazzati rispettivamente al primo e al secondo posto del Rally del Marocco. Un risultato incoraggiante in vista della 47° edizione della Dakar che si svolgerà dal 3 al 17 gennaio su un percorso che prevede oltre 5.000 chilometri di tappe cronometrate, con percorsi separati per moto, auto e camion.
Per Loeb “il Rally del Marocco è stato proprio un test per collaudare auto, equipaggi e team. C’è la soddisfazione che va al di là del risultato ottenuto, perché abbiamo un team forte, unito, affiatato che ci permetterà di far bene”.
I punti deboli emersi in Marocco sono stati oggetto di grande affinamento e in particolare i tecnici hanno lavorato sulla visibilità, sull’agilità e sull’affidabilità della Sandrider che è pronta per partire in nave da Barcellona alla volta dell’Arabia Saudita.

Un progetto che guarda al futuro
Ma non si fermerà lì perché si tratta solo di una delle 5 tappe del Campionato del mondo rally raid, che include anche l’Abu Dhabi Desert Challenge (Emirati Arabi Uniti dal 21 febbraio), il South African Safari Rally (18 maggio), il BP Ultimate Rally Raid Challenge in Portogallo (22 settembre) e il Rallye du Maroc il 10 ottobre. Per Dacia si tratta di un progetto a lungo termine, un programma per tre anni, almeno fino al 2027.

Quattro chiacchiere con Tiphanie Isnard
Come detto la team principal è Tiphanie Isnard alla quale abbiamo fatto qualche domanda in occasione della presentazione milanese dove i protagonisti hanno raccontato la sfida di Dacia alla Dakar 2025.
Come donna quali sfide hai incontrato nella gestione di questa squadra?
Il 95% del team è composto da uomini ed evidentemente non è stato facile. C’è voluto del tempo per far digerire il mio ruolo, per essere accettata da tutti. All’inizio è stato difficile ma poi hanno capito che ero qui per lavorare sodo, per portare il team alla vittoria. Adesso l’hanno capito. Però ci è voluto tempo, sicuramente più tempo rispetto a quanto ce ne sarebbe voluto se fossi stato un uomo. Ci vuole anche tanta pazienza e deve essere messo in chiaro che si, siamo donne e sarà probabilmente più duro e difficile di quanto non sia per un uomo, ma sei sicuro e hai fiducia in te stessa, nella tua visione e in quello che vuoi, tu puoi arrivare.
Come il tuo ruolo e il tuo successo in questa posizione potrebbe ispirare altre donne che vogliono intraprendere una carriera nel motorsport oppure in ruoli di leadership?
Voglio dire a tutte le donne che potete farcela, dovete solo accettare di essere pazienti, che ci vorrà tempo, che dovrete lavorare probabilmente il doppio degli uomini. Ma, se siete la persona giusta nel posto giusto, ce la farete.
Come gestisci le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente si sviluppano all’interno del team?
Penso che per fare questo essere donna sia un vantaggio, perché abbiamo l’umiltà di affrontare le sfide impiegando tempo, con trasparenza e partendo dalla comunicazione. Quando sento che ci sono tensioni tra le persone cerco di metterle intorno a un tavolo, davanti a un caffè, discutendo e parlando fin quando non viene tutto fuori e non si chiarisce tutto. La comunicazione chiara e trasparente è importante ma io ho fiducia nel mio team e sono convinta che parlare sia un aspetto fondamentale. Tempo, pazienza, umiltà e onestà sono i segreti dietro al successo.
Come hai fatto a dimostrare agli uomini della squadra che potevi essere un punto di riferimento?
Gli uomini in Marocco ad esempio non mi parlavano degli aspetti tecnici e quando io intervenivo per chiedere se avevano fatto alcune cose rimanevano sorpresi. Ma il loro mindset è cambiato perché hanno capito che, se sei umile, focalizzata su quello che vuoi e dimostri di essere capace a gestire il team allora sei in gamba.
Non ti spaventa la fatica che hai davanti nei prossimi mesi?
No. Quando sono in “modalità gara” io sono parte del team, non sono una donna. Se non si può dormire non si dorme, se non mi posso truccare non mi trucco, sono qui per lavorare sodo e molto concentrata.
